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Aspettando un aereo che non so se verrà (ma non credo che venga)

Buon viaggio.

Buon viaggio!

Vi siete mai ritrovati in una di quelle situazioni che vorreste soltanto finissero in fretta, e per effetto della legge di Murphy non possono che dilatarsi fino all’eternità? A me capita di continuo. La peggiore è stata forse più o meno due mesi fa, in aeroporto. Dovete sapere che ho una paura matta del volo, specialmente se il volo in questione è su una compagnia low-cost mai sentita prima e il giornalaio non vende né Linus né Internazionale: sarà stato il bisogno di leggere assolutamente qualcosa per rilassarmi, ma per la prima volta ho comprato il sole 24 ore e l’ho letto tutto – pur non capendoci nulla – in mezz’ora, nella “terra di mezzo” dopo i metal detector e prima dell’imbarco. Ero seduto sotto il tabellone, e dopo aver ripiegato il giornale mi sono alzato e gli ho dato un’occhiata: sarà che “gli aerei o arrivano perfetti o ritardano tantissimo”, ma il mio volo aveva guadagnato un’ora di ritardo. Alé. La sala cominciava a riempirsi, e per passare il tempo guardavo i passanti ed annunciavo il ritardo a chi si sforzava di leggere sul suddetto tabellone (veramente piccolo) perché cavolo l’aereo non arrivasse. Pur avendo dato la “lieta” novella a persone fisico-caratterialmente diversissime, ho potuto constatare che la reazione era sempre la stessa: lo sguardo del mio interlocutore dal mio volto si alzava sul monitor, il petto si gonfiava un po’ e restava così, fermo, quasi statuario, mentre gli occhi, spento l’ultimo luccichio di speranza (“magari sta scherzando”), scendevano fino al pavimento. Appena lo sguardo incontrava la fila delle sedie su cui ero seduto, la posa si sgonfiava e tutto il corpo cedeva, come una di quelle bamboline tenute in piedi dalla tensione di alcuni fili (quelle con sotto il bottone, giravano fino a qualche anno fa e poi sono scomparse), e sospirando il mio interlocutore si girava, faceva tre passi e si abbandonava su una qualsiasi sedia di fronte a me. Dopo aver ascoltato tante (troppe) volte il solito discorso sull’importanza di essere sempre e comunque unici e diversi dalla massa, devo dire che per me è stato rassicurante sapere che tutti abbiamo qualcosa in comune: mi ha fatto sentire come un giocattolo, leggermente difettoso, in mezzo ad un mare di altri giocattoli, anch’essi leggermente difettosi.

Mentre pensavo tutte queste belle cose, scambiando qualche parola con dei “compagni di viaggio” (compagni d’attesa?), ogni tanto alzavo lo sguardo. Più il tempo passava, dilatando il ritardo (da una a due ore, alé), più la gente sembrava chiudersi in una gabbia mentale, e come se si fosse convinta di essere nella privacy delle loro case abbatteva ogni difesa espressiva, mostrando tutto quello che passava per la propria testa. Traspariva, in generale, una certa stizza. Come biasimarli? Anche per me, ogni minuto che passavo in più nell’aeroporto era un minuto in più con l’ansia e il respiro spezzato. Ma fobie e stati d’animo a parte, a pensarci bene il ritardo potrebbe essere considerato una delle cose più belle dei viaggi, o senza dubbio una delle più utili, per un motivo che passa spesso inosservato: è la scusa perfetta. “Scusami, l’aereo ha tardato, c’era nebbia a Venezia”: ci si ritrova in balia delle circostanze, a bere caffè e a parlare con sconosciuti (o meglio, sconosciuti finché non ci si comincia a parlare) fra uno sguardo ai tabelloni (ah sì, alla fine il ritardo si era esteso da due a tre ore, alé) e un altro alla gente, intenta ad incazzarsi perché “non ho nessuna colpa per meritarmi questo!”. Ma è proprio la totale innocenza di chi lo subisce a renderlo il top della gamma: chi perde un treno doveva arrivare prima in stazione, chi deve studiare la notte per un esame doveva portarsi avanti prima e chi si è fatto male perché non è stato più attento? Per ritardi dei mezzi, invece, non c’è karma che tenga. Anche perché, checché ne dica il detto “via il dente, via il dolore”, se ci si deve presentare dinanzi a qualcosa di arduo o grave, più ci si dorme su meglio è (a proposito, speravo che l’aereo ritardasse di un giorno, così almeno mi offrivano la nottata in albergo). Poi i ritardi possono anche levare da qualche guaio: una volta capitai su un treno che per un albero caduto sui binari ritardò di due ore, e a quell’albero non devo che la mia gratitudine poiché se non fosse stato per lui quelle due ore le avrei passate al freddo di una notte di gennaio. Certo, va detto che una fortuna per me per qualcun poteva essere una sfortuna, avendo perso l’ultima coincidenza, o un appuntamento importante, o qualsiasi altra cosa, ma a questo punto non avrebbe avuto più senso sperare di passare tutta la nottata in un treno riscaldato?

Se c’è un motivo per cui detesto le boiate filosofico-motivazionali, è perché ogni tanto si è costretti a tirarle fuori: forse è vero che nella maggior parte dei casi il problema non è il problema in sé, ma è come ci poniamo noi nei suoi confronti, e forse questo discorso può calzare a pennello per i ritardi. Siamo sicuri che la nostra stizza non sia che un difetto di fabbricazione, che rende i giocattoli-uomini così tanto maniaci del controllo e dell’ordine da non riuscire a lasciarsi insubordinare dai bimbi-circostanze mentre ci giocano? Forse dovremmo semplicemente cercare di correggerlo, e lasciarci trascinare più facilmente dal correre degli eventi.

Magari, se esistono un fato, un Dio, delle coincidenze in cui credere o magari tutti e tre assieme, potremmo diventare il loro giocattolo preferito.

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Guida galattica per pensatori stanchi


Fa un po’ strano, dopo anni passati a sentirne di tutti i colori sul mio accento (mi hanno preso addirittura per belga, ogni tanto penso che facciano a gara a trovare il più improbabile), sentirsi affibbiare una nuova dote: per chissà quale motivo, infatti, sempre più gente mi chiede come faccio a stare sempre così tranquillo, ove per tranquillo si intende non l’essere calmi e flemmatici, bensì il non andare nel panico quando si è sotto pressione Non potete immaginare, quando me lo dicono, il mio stupore, visto che se c’è una cosa che soffro più del caldo quella cosa è l’ansia, che somatizzo in una claustrofobia che causa un completo blocco del cervello che come conseguenza ha sbrocchi e deliri vari che sfociano nel bisogno di uscire dal posto in cui mi trovo e-riparte-il-circolo-vizioso: forse è proprio per questo che quello che alcuni chiamano “subconscio” ha sviluppato per me una sorta di meccanismo di autodifesa per evitare di sentire la pressione attorno a me. Non so se è veramente così, ma visto che finalmente posso girare la frittata e trasformare in pregio ciò che mi hanno sempre criticato, colgo la palla al balzo e scrivo qualcosa in proposito.

Chi mi conosce, infatti, sa bene quanto ci metta poco a ritrovarmi nel mio mondo, finché qualcuno non mi chiede qualcosa (“scusa, puoi ripetere? Non ho sentito bene”), non inciampo su un sampietrino cappottandomi su qualcuno (“scusi, non l’avevo visto e sono caduto”) o non mi ritrovo una macchina che sta per investirmi (“scusi, non avevo visto il semaforo”) o un palo in faccia (e qua non dico niente perché i pali non parlano). Non nego che questo mio – scusate il neologismo – “iperuraneismo” abbia qualche effetto collaterale, ma siete sicuri che basti questo per renderlo un difetto anziché un pregio? Anzi, rilancio e rincaro la dose: più guardo la gente che abita con me questo nostro piccolo mondo imbevuto di empirismo e razionalismo, infatti, più mi rendo conto di quanto sia importante rifiutare questo retaggio dell’illuminismo per riconoscere l’importanza di quegli aspetti della vita che ormai vengono sempre più repressifinché non esplodono (non senza conseguenze, a volte tragiche). Contate soltanto le volte che avete sentito la frase “guarda, ora avrei proprio bisogno di staccare”, o che avete chiesto a qualcuno come sta e  vi siete sentirti rispondere, fra un sospiro e l’ altro, “eh, si tira avanti, dai!”: sembrano diventate, ormai, frasi fatte, di quelle che si usano per nascondere e rimpicciolire un turbamento molto più grande e profondo, che poi non può non sfociare con una vacanza che finisce ad urlarsi a vicenda perché ci si vuole soltanto riposare e il resto della famiglia vuole andare da qualche parte perché “se dovevamo dormire potevamo pure farlo a casa”. Occorre, quindi, smetterla con questo patetico mito dell’uomo in grado di far tutto e che raggiunge ogni suo obiettivo, per rendersi conto dell’importanza di fuggire dalla realtà non fisicamente e per due settimane all’anno bensì mentalmente, anche solo per mezz’oretta – non consecutiva – al giorno: contare le piastrelle di una stanza, credere in qualcosa soltanto per il piacere di crederci, fare a pezzettini sempre più piccoli una ricarica, canticchiare mentalmente una canzone e sforzarsi per ricordare un verso sfuggito alla memoria,  sono solo quattro esempi di come ci si può rilassare una volta per tutte, staccandosi completamente dalla realtà e senza ripercussioni (se non positive). Perché se andate in vacanza, dovrete sempre pensare a cucinare o a trovare il ristorante dove cenare, a dove dormire e a dove andare domani, ma se per cinque minuti il sogno della vostra vita diventa mettere a posto le sedie di una stanza (a me dà molta soddisfazione, non so perché: colgo l’occasione per aggiungere che ognuno può trovarsi i suoi metodi e forse è questa la cosa più bella di tutte) allora sì che per cinque minuti non penserete a nient’ altro, e alla fine, per quanto banale e scontata possa essere stata l’ impresa che avete appena compiuto, un sorriso, dal vostro volto, non ve lo potrà togliere nessuno. Nemmeno le bollette, il latte che è finito, il lunedì: state sicuri che tutto ciò peserà un po’ meno se avrete la soddisfazione di avere lasciato, da qualche parte in questo piccolo mondo non solo empirista e razionale, checché ne dicano delle persone morte duecento anni fa e che continuiamo (poveri noi!) ad ascoltare, una stanza con le sedie a posto (“vuoi mettere?”).

Quindi, forse questa mia debolezza è diventata finalmente un mio punto di forza: mi piacerebbe, di conseguenza, vedere chi ha avuto la pazienza di leggere questo post fino in fondo cercare di mettere alla prova questo sistema (tanto state tranquilli, è gratis e lo sarà per sempre), e magari dirmi cosa ne pensa.

Au revoir!

P.S.: la vedete la striscia in cima a quest’ articolo? È tutto merito del mio amico Caprezz, al secolo Leonardo, che da ora in poi si occuperà di rendere più bello questo blog con i suoi disegni: non posso non dire che ne vedrete delle belle.

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Wir sind die kultivierten von morgen

Nell’ ambiente del Conservatorio, chiunque mi abbia chiesto “ma tu che cosa ascolti?” sa che sono entrato nel mondo della musica colta  con una lunga scivolata, partita dalla galassia del punk* e arrivata direttamente sulle sue caviglie. Oggi non ho intenzione di scrivervi un excursus storico su come furono gli anni ’80 in Germania, sui CCCP, sul Great Complotto, sul Rototom a Spilimbergo o su Fatur che è ingrassato: tutt’altro, vorrei solo lanciarvi una lenza (e sperare di tirar su pesci grossi).

Non posso nascondere una certa soddisfazione quando faccio il nome di un gruppo e mi rispondono “i chi?”. Mi fa sentire come se la mia ricerca fra gruppi passati dai miei mentori (“Oh, ma li conosci i ****?” “No” “Tieni”), libri, aneddoti, interviste e ore passate su youtube (sì, va ben tutta la questione che “internet che è una giungla anarchica in fatto di diritti d’ autore e tutti possono scaricare tutto blablabla” ma è inutile negarlo: youtube è una miniera d’ oro, ci si può trovare di tutto) mi avesse fruttato un tesorino tutto mio, che non aspetta nient’ altro che essere diffuso e condiviso. La cosa più bella di questo piccolo tesoro, che non smetto mai di ingrandire ogni volta che non c’ ho niente da fare, è che alla fine mi sono reso conto di aver applicato al meglio la frase di Gianni Rodari “e quel che non si sa/è sempre più importante/di quel che si sa già” : ho scoperto infatti gruppi validissimi e gruppi pessimi e, cosa più importante, torrent dopo torrent (sì, lo ammetto, scarico la musica con i torrent perché non ho soldi per comprarmi gli album o non li trovo da nessuna parte, non odiatemi) mi sono ritrovato ad avere nel mio iPod un microcosmo che spazia dalla Gothabilly alla Chiptune, passando per MathcoreStoner, New Wave e chi più ne ha più ne metta.
Ovviamente non conosco tutti i gruppi esistenti nel panorama del Metal scandinavo, né tantomeno so elencare in ordine alfabetico tutti i generi musicali del mondo, ma è sempre meglio sapere un po’ di tutto che tutto di una cosa e, pur essendo inizialmente la ricerca su youtube caotica e disordinata, cercare gruppi partendo così e continuando interessandosi alla loro storia, cercando nei meandri di Google la frase più bella, scoprendo magari che il chitarrista dopo lo scoglimento ha fatto con Caio il tot gruppo e il cantante invece ha sperimentato quel nuovo genere con Sempronio, uscito dal gruppo TaldeiTali, permette di avere una visione di insieme più grande e completa, e il moltiplicarsi di nomi da scaricare e salvare sul proprio lettore mp3 (se rileggete da “il chitarrista” contando i gruppi arriverete da uno a quattro, senza contare poi le provenienze che possono avere gli altri componenti di quei quattro gruppi: non credete che siano cose rare, anzi, i gruppi “a ragnatela” sono molti più delle band rimaste uguali dai venti ai sessant’ anni).

Vi lancio, quindi, questa “sfida”: state tranquilli, se non lo fate non verrò a prendervi di notte, ma mi piacerebbe vedervi adottare questo modus operandi, e vedervi scoprire più gruppi che potete, senza aver paura di imbattervi in qualcosa che non vi piace. Vorrei vedervi non aver paura di giudicare negativamente un gruppo, ma anzi, cercare di essere il più raffinati possibile: questo è già sentito, questo ha troppi chitarroni tamarroni, questi sono una palla, questi sono carini ma devono ancora migliorare, il primo album di questi è fighissimo ma gli ultimi due sono inascoltabili, e quando troverete un gruppo che vi piace veramente tanto vorrei vedervi cercare, informarvi, approfondire, trovare connessioni fra altri gruppi, e così, click dopo click, pagina dopo pagina (su internet si trovano cose che sui libri non si trovano e viceversa, le biblioteche esistono quindi usatele!), costruirvi un panorama musicale che sia vasto e, soprattutto, il vostro.

Alla fine sarò entusiasta di avere uno scambio con voi davanti a un caffè.

*rispondo a due domande che staranno frullando in testa a molti di voi: per punk intendo quello fatto di suoni grezzi, provocazioni e ambiguità,  quindi no, la mia concezione di questo genere non ha nulla a che fare con i Green Day, e sì, a parte when I come around non riesco proprio ad ascoltarli.

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Affinità-divergenze fra una frase di un film e il suo making-of

Avete mai avuto, guardando un film della Pixar, l’impressione che fosse tornato qualcosa, o comunque che ci fosse qualcosa di familiare? Se l’avete avuta, per caso avete dato la colpa al fatto che siano tutti film d’animazione, “pongosi”, o a un qualche stile particolare dei grafici per animare i loro personaggi, colorarli, disegnarli ecc?

Se avete dato la colpa a qualcosa del genere, siete sulla cattiva strada. Dovete sapere, infatti, che quelli della Pixar hanno il piccolo “vizietto” di nascondere, in ogni film, almeno un riferimento ai film precedenti, e uno al film su cui stanno lavorando. È così che, per esempio, in un drive-in presente in Cars viene proiettato Toy Cars Story, con protagonisti Woody, Buzz e Hamm in versione meccanica, e questa comparsa ricambia il favore dell’insegna Dinoco (vi ricordate lo sponsor di Saetta McQueen?) in un distributore in cui capitano i due protagonisti, appunto, in Toy Story. Uno.
Ma un attimo: se ci pensiamo un po’, contando che il primo capitolo di Toy Story è uscito nel ’95 -piccolo inciso, qual era il numero di Saetta McQueen?- e che Cars è uscito nel 2006, si deduce che la creazione di un film richiede alla nipotina di Steve Jobs almeno un decennio di lavoro e sviluppo. Beh, come si suol dire,non si mette fretta all’ arte”. Parole sante, di cui sono convinti anche quelli della Pixar, che mettono la frase perfino in bocca ad un personaggio di Toy Story 2. Cotraddicendosi.

Dovete sapere, infatti, che nel 1997 i dirigenti della Disney, data una prima visione alla storia e ad alcuni frammenti del film, furono molto entusiasti di come procedeva il lavoro e stabilirono come data d’uscita il novembre del ’99. Il lavoro andò avanti, fino a quando, verso la fine del ’98 e l’ inizio del ’99, John Lasseter, entrato come regista dopo aver lavorato per A bugs life, guardò il film quasi ultimato e ne convenne, assieme agli altri della squadra, che faceva proprio schifo. Iniziarono quindi le beghe con la Disney, poiché il team di Jobs voleva rifarlo ma il colosso  era convinto che non ci fosse abbastanza tempo, e che comunque il film non era poi così male (piccolo inciso: notare la differenza di standard fra le due case cinematografiche). Il dream team, quindi, si ritrovò ad affrontare un’impresa titanica: poiché la Disney non aveva la benché minima intenzione di ritardare l’uscita del film, alla Pixar avrebbero dovuto terminare il lavoro in nove mesi. Ripeto che per Cars (che non è neanche questo gran filmone) ci sono voluti undici anni.
Quelli della Pixar che lavorarono al progetto hanno dichiarato, in alcune interviste, che quelli furono nove mesi d’inferno: lavorarono come non mai, giorno e notte, fra estenuanti straordinari, tunnel carpali e bambini dimenticati sul sedile posteriore della macchina a causa della stanchezza accumulata.
Nove mesi terribili, che però fruttarono bene, anzi, benissimo: Toy Story 2 venne acclamato dalla critica come un capolavoro, anzi, come uno di quei pochi sequel pari, se non migliori, al primo episodio della saga, e uno dei migliori film in assoluto della Pixar.

Già, mai metter fretta all’arte…

P.S. all’inizio avevo parlato di cameo, comparse eccetera eccetera. Manco a farlo apposta, quelli della Pixar hanno messo la frase in bocca a questo caro vecchietto. Lunga vita ai cameo della Pixar.